Se Caravaggio usava una luce radente e tagliente per esaltare il vero e Rembrandt poneva nelle figure una fonte irradiante di luce, Melina con il suo processo di lenta estrazione del bianco dalle profondità del nero, costruisce figure e oggetti fatti di solida bellezza luminosa: “vivida ombra”, appunto, dove tenui e dosatissime colorazioni carezzano i neri profondi ed emergono nei filtri della luce.
Una capacità anche, di affondare andare a cercare radici senza farsi attrarre dagli eccessi del vero o nella retorica di certe nature morte, la sostanza del vero “secentesco” diventa solo luce e ombra, e perde la pesantezza del dramma per farsi essenzialità umana, sostanza “morale” dove l’”idea” vien esternata portandola dalla buia platonica caverna per approdare alla luce e farsi sostanza pittorica. Così storie come quella di Magdala o Giuditta o Ermengarda, si raccontano con la semplice figurazione di un “ritratto” nella scena di figura semplice accompagnata dall’allusiva presenza di un simbolo, o di una scarna ambientazione. Realizza una felice fusione tra essenzialità di figurazione e semplici allusività, così che il suo punto di partenza “quasi” secentesco approda a una espressione modernamente propria, dove, se proprio si volesse ancora richiamare l’arte del passato ci stanno anche adombramenti di Neoclassicismo e il Secessionismo, ma depurati dall’eccessiva influenza della “statuaria neoclassica” o dall’ambiguità dei decadenti, come si può ammirare in Pandora, che pare quasi concludere un ciclo per aprirne un altro, ricco ancora di grandi risultati.
di Alberto Zaina
Storico dell’arte (Bs)