Se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa.
(William Butler Yeats 1865 – 1939, poeta e drammaturgo irlandese, premio Nobel per la letteratura.)
I soggetti di Melina emergono puri, nuovi, liberi da qualsiasi artificio, essenziali, spogliati da qualsiasi tipo di contesto perché essi non hanno intenzione di raccontare nulla, né di rivelare nulla di sé.
Essi suggeriscono un percorso, invitano l’osservatore a penetrare, dubitando forse incuriositi o spaventati, quell’oscurità, quel vuoto, quel silenzio assordante che li avvolge e si espande anche al di fuori dello spazio dipinto, inondando ciò che ne è al di fuori, come un fumo denso, avvolgente, estremamente attraente.
Questo soggetto, che si può definire un tramite, catalizzatore non di emozioni o sensazioni indotte che prendono forma o essenza dalla sua origine, bensì ne creano una totalmente nuova e autentica, atta a plasmare una introspezione del io più recondito e volta a scavare talmente in profondità da riempire l’opera stessa di infiniti significati che provengono dall’osservatore.
La forza di questo concetto è che chiunque osservi avverte sensazioni differenti, è sconvolto o compiaciuto da emulsioni mentali ed emozionali assolutamente uniche …è quasi come se l’osservatore faccia dell’opera la sua storia.
La liberazione del senso è lo scopo ultimo di questa tecnica invisibile, di questa perfezione così vera da far quasi impressione, sicuramente debitrice di un certo Caravaggio, liberazione come redenzione, redenzione come salvezza, salvezza come rinascita: chi osserva annega tutto se stesso, con la sua storia, la sua vita, il suo essere più complesso in questa oscurità resa così attraente da sguardi accattivanti, volumi seducenti che sussurrano silenzi urlati suadentemente, ritmati, fortemente roboanti.
di Carla Primiceri
Critico d’arte