Cos’è quel fulmineo principio di luce: un volto, occhi che mi riconoscono, mi fissano, nel preciso istante del loro emergere dall’ancestrale vuoto che li avvolge; sguardi debordanti di acquosa malinconia sembrano cercarmi, vogliono qualcosa da me, ma cosa? Mi avvicino, è un oggetto che invita a raggiungere e raggiunge al contempo: l’incontro è a metà del percorso.Creature che non si piegano agli aleatori artifici della storia contingente, i dettagli connotativi sono obliati nell’impenetrabile ombra di sospensione: esseri isolati, di primigenia essenzialità. Come vasi curvilinei-acini d’uva- fiori, vividi di materiche luci, non raccontano nulla, eppure i segni che li compongono provengono dal reale. Un evento divinatorio: l’istante finito e mortale del fotografato è restituito all’eterno fluire del tempo, il pennello penetra nella tela vitalizzandola. L’atto creativo rielabora dopo avere de-costruito l’immagine di realtà, ammorbidisce, sfoca, incide, ma i segni sono raramente percettibili: il fare è sublimato nella perfezione assoluta, la matericità della tecnica è acquisita, scontata, punto zero, il senso è altrove. L’oscurità è assenza, vertigine di denso vuoto, paura, ma pure silenzio, sospensione, rifugio, occasione di verità. Ombra come oceano di inconsce nerezze collettive e individuali, quindi custode della parte luminosa di noi. Forse il vero senso di questi volti è nascosto nell’ombra: prerogativa di chi ha il privilegio dell’incontro, il coraggio di annegare nell’oscurità, di penetrare il silenzio, per riaffiorare irrorato di luce.Quell’essenza di viso è un interlocutore di sensi; gli occhi, come viatici, suggeriscono un percorso possibile, ma il cammino rimane faticosa responsabilità introspettiva di chi osserva, individuo creatore, ad ogni rinnovato incontro. Buona esperienza.
di Elisa Govi
Critico d’arte e curatrice, Roma