Nel 1917 Marcel Duchamp esponeva a Parigi il suo orinatoio, chiamato da lui Fontana. In quel momento nasceva il ready-made, punto di partenza delle varie forme di arte concettuale che ancora oggi dominano la scena come un ingombrante dinosauro. Nello stesso momento veniva sospesa l’arte del profondo che fino ad allora aveva guidato le mani dei vari Monet, Manet, Bouguereau, ecc. Il tempo per la prima volta subiva una dicotomia: da una parte l’arte del sentimento e dell’emozione, dall’altra l’arte della ragione. Da quell’atto dirompente dell’artista francese l’espressione artistica diveniva atto. Come mandria informe, gli artisti, guidati da pochi grandi ideologi iconoclasti, per oltre un secolo hanno scandagliato le possibilità dell’arte della sola ragione materiale, assolutamente sincronica. Fino alla Pop Art. Dopo di che… la notte.
Dagli anni ‘70 questa arte ha cominciato a cannibalizzare se stessa, vivendo in un mondo bidimensionale ed orizzontale rispetto al proprio tempo, mentre il citazionismo diveniva un modello d’azione, un vero e proprio manifesto dell’impotenza. In quel momento l’arte fermava la sua corsa che da sempre la portava ad essere un poco più innanzi alla realtà ed andava in retroguardia, mero specchio ironico e cinico ed infinitamente uguale dell’attualità.
Nietsche scriveva dell’eterno ritorno e Vico dei corsi e ricorsi della storia. Possiamo prendere a prestito questi due concetti, benché deviati nel senso, per ribadire che è inutile accanirsi a descrivere l’attuale, tanto più quando la frammentazione virtuale genera in apparenza infiniti piani di realtà. E’ inutile perché l’attuale è sempre uguale a sé stesso in quanto definito dal concetto universale del progresso e dall’eticità della vita e della morte, del bene e del male. Il reale è sempre uguale a sé stesso in tutte le epoche lo si guardi. Quando lo si è raccontato, lo si è descritto con tutte le tecniche possibili, con tutti i materiali possibili, con tutte le performances possibili, cosa resta da fare? Ripetersi.
IL PRESENTE E’ FINITO, se lo si agisce attraverso le categorie ad esso implicite. Prima o poi se ne esaurisce la parte comunicabile prosaicamente e l’autocitazionismo diviene inevitabile.
Quale via dunque per non rassegnarsi alla tanto paventata “morte dell’arte” così sbandierata dai critici dell’ultimo trentennio?
L’unica via possibile sembra essere quella di “riportarla” all’origine dello scisma del 1917 e farle riiniziare il cammino. Abbandonare l’arte orizzontale che ci propone un’arte cronista della realtà (ormai fuori tempo dal momento che la realtà si sta sempre più spostanto nel virtualismo della rete) per abbracciare un’arte del profondo, un’arte verticale, che sprofondi nelle viscere calde e sanguinose della nostra cultura, della nostra storia, della nostra psiche, della nostra mitologia e divinazione. Questa sembra la via. Un’arte che sia coscienza del nostro spirito, casa della nostra “ominità”, cura della nostra realtà più intima.