Ogni opera umana ha un significato che va oltre il suo mero utilizzo. Una cattedrale è ben più di un ammasso di pietre, un’automobile è ben più di un mezzo di trasporto. A maggior ragione un’opera d’arte, che nasce già con l’intento di essere più di una rappresentazione oggettiva di una realtà personale, innerva una molteplicità di significati. E dico molteplicità perché a meno che l’artista non abbia una coscienza estremamente espansa, alla stregua di un maestro spirituale, inevitabilmente in un’opera si installano una sequela concatenata si simbologie significanti che l’artista stesso inserisce inconsapevolmente. Ma andiamo a monte della storia dell’arte del secolo scorso. Mondrian. Con la sua opera ha dimostrato che la nostra mente è in grado di sintetizzare delle forme in archetipi. E’ cioè in grado di cogliere quelle strutture profonde che sottendono il reale e che determinano gli elementi portanti su cui si sovrappongono le manifestazioni delle diverse culture. Sintetizzare un albero significa evidenziarne le linee essenziali senza le quali non sarebbe più un albero. Sintetizzare una vita è ricavare dal senso della vita una struttura senza la quale la vita più non sarebbe. Dalle evidenze ermeneutiche dei grandi artisti dei primi anni del secolo scorso, possiamo ricavare che la realtà tutta è sintetizzabile in forme e strutture sintetiche piuttosto che geometriche. Ovviamente queste evidenze erano già state studiate dai padri filosofi della Grecia antica; Democrito, Platone, Aristotele ne avevano diffusamente trattato. Ed anche le culture orientali avevano colto che la geometria (definita appunto geometria sacra o matematica sacra) che sottendeva la realtà fosse la vera struttura intelligente della vita. Una struttura non sempre percepita dalla nostra mente conscia, lento bradipo dai rozzi strumenti, ma lucidamente compresa da quella inconscia, veloce, primordiale nella sua purezza, ma in grado di cogliere le strutture vitali della vita al primo sguardo. Ma a noi interessa l’arte. E in arte è questo che si fa. Si prende una realtà e, come già detto sopra, la si sfronda dalle cose che si ritengono inutili al nostro progetto comunicativo. Quel che resta è comunque un florilegio di strutture geometrico-simboliche che sono parte del nostro bagaglio culturale, geografico e archetipico. Che questo fardello, perché di questo si tratta, abbia una derivazione culturale è evidente in ogni epoca della storia dell’arte. Che sia legata alla geografia meno. Gli archetipi poi sono tutt’ora un mistero. Andiamo a monte. Quando ho iniziato a studiare le simbologie che permeano ogni luogo della mente e della realtà mi sono chiesto: ma vengono prima le realizzazioni umane o l’uomo che le ha create? La risposta sembra ovvia come per l’indovinello dell’uovo e della gallina, ma come per quest’ultimo i dubbi arrivano subito alla prima scelta. In sostanza Milano è così perché i milanesi così l’hanno voluta o i milanesi sono così perché così la città li ha generati o mutati? Mi sono studiato così le popolazioni e i luoghi in cui queste popolazioni vivevano e ho scoperto che la verità è la seconda. Il luogo genera l’umano. Il quale poi tende a reiteare le caratteristiche del luogo nelle sue creazioni. Le città sono quindi create dalle città stesse, con la mediazione delle braccia umane. Questo fatto apparentemente laterale alla mia vita d’artista, mi ha invece aperto un vaso di Pandora. Se il contesto geografico condiziona la visione umana del sé, della vita e del progetto, allora in esso ci sono elementi che agiscono nel profondo percettivo, subconscio o super conscio che sia, e lo fanno agire in modo riflesso. Da qui alle riflessioni sulle categorie platoniane e alla geometria sacra di cui parlavo sopra il passo è stato breve. In seguito ho scoperto che esiste un’intero universo di simboli che guidano e condizionano i nostri giudizi e comportamenti verso l’altro (la fisiognomica fa parte di questo universo), verso il mondo (determinando il nostro “posto” nel mondo) e verso noi stessi facendoci vivere più o meno bene. Da quest’ultima scoperta è nato il mio concetto di arte terapeutica, ovvero di un sistema iconografico che utilizza le strutture simbologiche, spesso archetipizzate, per mediare principi etici e meccanismi di riequilibrio fisiologico, psicologico e spirituale. Ne è nata un’arte che è ormai una missione. In ogni opera agiscono in sinergia diversi piani: il piano estetico che consente di emozionare ed ammaliare lo spirito, il piano razionale o conscio che invita la mente a viaggiare tra gli innumerevoli significati simbolici, il piano terapeutico in cui i simboli di guarigione interagiscono subliminalmente con l’osservatore, e il piano eterico in cui la coscienza di chi ha generato entra in risonanza con chi osserva per una comunicazione animica e, se vogliamo esoterica, che inviti a sollevare lo sguardo oltre il proprio attuale orizzonte. Un’arte che torna ad avere un senso nel nostro mondo, lo stesso senso che avevano le immagini nella grotta di Lascaux, un’arte che diventa spiraglio o fessura su un altro mondo, che diventa invito poetico a guardare in alto (e non in basso come nella quasi totalità dell’arte dal 1917 ad oggi), un’arte militante, libera aria, leggera come una brezza e potente come un uragano.