Degli oggetti raffigurati

Una verza. Perché dipingere una verza? E’ una domanda che mi sono posto appena ho sentito il bisogno di dipingerla. Perché di bisogno si parla. Di impulso alla rappresentazione. Perché anche di questo si parla: di teatralità metamorfica del reale. A nessuno di noi che cerca di scardinare il fondo di significato che sottende la sostanza del sensibile è data una interpretazione univoca del reale. Solo gli antichi apostoli dell’arte vetero avanguardista che riempie di informalismi, di astrattismi, di performance e di installazioni, gallerie e fiere e padiglioni di biennali, pensano che la realtà sia univoca e esaurita nel suo mostrarsi, tanto che debba essere superata espandendone gli arti attraverso la sociopedagogia elementare e rozza delle installazioni. Chi invece pensa, come me, che la realtà nasconda in sé la molteplicità dei significati che giustificano la nostra presenza nella storia e nel flusso del tempo, vive una consapevolezza verticale degli accadimenti e delle “cose”. Una verza o una mela, o una zucca. Prendete in mano una mela o una cipolla, accarezzatela, guardatela da vicino, sentitene la consistenza, la rugosità, il suono, l’armonia delle curve e delle proporzioni. In essa v’è un segreto. Che vibra. Che si nasconde. Che impone d’essere ascoltato, così, semplicemente come “verza” o come “uva”, eppure amplificato come sostanza non culinaria, ma forse estetica, culturale, storica, mitologica e, in fondo, poetica. Fatele uscire, queste meravigliose essenze divine di vita ed equilibri di forme, dalla loro semplice presenza utilitaria. Mettetele al centro di un tavolo, o su un letto, o sul pavimento e guardatele da vicino. Amatele per la loro bellezza vitale. E vi ricompenseranno.