Il nuovo corso dei lavori di Melina ha la grande dote di rappresentare la semplice realtà, o la “semplice presenza” come lui ama definirla con reminescenze filosofiche esistenzialiste, innervandola di sensi e simbologie che lo spirito umano ha incarnato a mezza via tra conscio e subconscio. L’oscurità, densa e assoluta, da cui emergono i suoi soggetti è il mediatore di questa ricchezza semantica che supera di schianto la falsa messinscena dell’arte spazzatura e decorativista che riempie gallerie e fiere.
“La tecnica è un importante veicolo di senso che io perfeziono in modo ossessivo col fine dichiarato di renderla vana e superata. Ma utilizzo la tecnica manuale per ri-creare la natura in senso ontologico,non una ri-copia come un’immagine, ma una decostruzione che rigenera in senso ermeneutico”. Qui sta il punto di partenza e d’arrivo di Melina, la sua “rivoluzione ideologica”: i volti, gli oggetti, isolati e nascosti dall’oscurità, emergenti e solitari, provenienti o essenti in chissà quali momenti o luoghi, appaiono semplicemente ostentati, eppure quando li si guarda emanano vibrazioni vitali che non sono semplicemente quelle che noi vi immettiamo da fruitori, ma rimandano arricchiti e complicati i nostri sguardi. La straordinaria tecnica ci fa superare il limite pellicolare, superficiale dell’oggetto artistico e si va oltre, si cerca oltre, penetrando l’oscurità, di rimando a quegli occhi che generano e riflettono, disgregano e ricreano, coinvolgendo in una catarsi che ammalia e conturba. Il risultato di questo processo che avvinghia e sconvolge l’osservatore che si trova innanzi un “oggetto” che lo invita a raggiungerlo e lo raggiunge insieme, è quella che Melina chiama la formulazione di un “teorema metaforico” ovvero la creazione di una poetica, di cui tanto e tanto il nostro sciatto contesto abbisogna. Non banalmente una poetica del “bello”, anche se armonia e scansioni sintattiche ordinate sono chiari sintomi di un tentativo di dare categorie e ordine al mondo, ma una poetica del fluire, che non trascura l’emozione, ma che predilige l’intelletto o quello che ne sta appena sotto. L’operazione diventa dialettica, l’atto diventa invito e la rilettura un obbligo. “L’attonita sospensione inespressiva dei soggetti umani – scrive Melina – o l’isolamento dal contesto degli oggetti genera una comunione referenziale tra opera e osservatore, in cui il ‘vedere come’, l’interpretare, diventa una esperienza-atto creativo che moltiplica i significati e sviluppa autonome poetiche in grado di riscrivere il reale attraverso il legame tra senso “verbale” e pienezza immaginativa”. Le opere di Melina quindi compiono un percorso, che dalle origini stilemiche seicentesche ci proiettano direttamente alle soglie della psicanalisi, incarnandosi, e dibattendosi con forza, nella nostra disfatta culturale odierna. Un’arte militante, una speranza di rinascita. Vera.
di L.M. Pieretti
Critico d’arte