E’ dalla condizione transeunte ma immortale della giovinezza che l’umanità assume la forza dirompente per perpetuare se stessa, per costruire civiltà, per disegnare utopie.
Solo queste coordinate basterebbero a ben catalogare – catalogare per meglio comprendere la valenza del messaggio – lo straordinario lavoro pittorico compiuto da Lamberto Melina – straordinario, è inutile aggiungerlo, sia sotto il profilo dell’esito formale che per la densa e aperta natura sostanziale del messaggio – in una stretta connessione tra forma e significato, liaison glorieuse alla quale tanta parte dell’arte contemporanea ci ha purtroppo abituato a rinunciare, a favore di forme gradevoli di design prive di parola, di mute sgradevolezze programmatiche, di provocazioni triviali, di abbandono della pittura a favore delle adolescenziale boutade del concettuale, forme d’arte che suggono ancora la linfa aspra e decotta delle avanguardie d’inizio Novecento.
Melina recupera forme e linguaggi, trasformandoli e ponendoli in perfetto assetto sulla linea del presente. Combatte con il colore contro il nihil assoluto del quale il disfacimento della forma è indice e spia di una disgregazione dei valori che non sono formalmente riconoscibili, ma che stazionano in una nebulosa soluzione di acqua, di plancton e di polvere provocata dalla macchina filosofico-estetica del pensiero negativo che ha macinato tutto il macinabile.
L’artista punta cioè, attraverso quadri di un realismo metafisico che attrae in un gorgo ipnotico, a superare, lanciando le sottili ma resistenti scale di una pittura qualitativamente alta, la palude assolutamente impraticabile nella modernità, che gioca con il colore greve del cinismo. La scala, posta orizzontalmente da Melina e poggiata da un lato all’altro, sulla terraferma, consente il passaggio al recupero degli spazi silenziosi in cui si sviluppa il pensiero positivo, neoplatonico – più che cristiano tout court – abbandonato dalla contemporaneità per l’assunzione di nuovi Dei minori, a favore dello scientismo e della suddivisione dell’uomo in due mezzene animali che non possono essere ricomposte: il corpo, affidato allo Stato e l’anima consegnata alla Chiesa. Questa spartizione assurda, avvenuta con scientifica determinazione a partire dall’età di Cartesio, è fonte del dolore immane della mancanza di identità in questa società che sostituisce l’essere pieno – in cui il sistema cardiovascolare è in grado di irrorare l’anima stessa – con l’acquisto e con il denaro, nel gioco dell’apparenza più assoluta.
Giù sotto, nei gironi paludosi che non osserviamo, ma che intuiamo assai lontani da questa pittura, Lamberto Melina ci conduce nei luoghi dei volti eloquenti, in una terra ricca dei valori umani che abbiamo perduto e che egli riscopre assegnandole una forma umana, lasciandoci intendere, con le accensione delle iridi di ogni soggetto che egli evoca attraverso la pittura, che ogni persona in grado di coltivare se stessa riesce ad emanare il guizzo abbagliante di una fiamma alchemica che testimonia in noi la permanenza, sottovalutata o negata, di un fuoco divino. Ed è questa una terra resa opima dal pensiero positivo che sostituisce il fustigante orribile, specchiarsi nel nulla di tutto il Novecento.
Neo-umanesimo significa, per Melina – pittore-intellettuale, che giunge al dipinto non per appagare le proprie innegabili capacità virtuosistiche, ma per offrire l’immagine di un’altra dimensione sulla quale meditare – recuperare l’utopia metafisica della quotidianità che è in grado di riassegnare un senso al nostro esserci.
L’artista ci rende così, nelle diverse manifestazioni epifaniche di Humana, il moto dell’anima che s’accende e arde con l’espansa intensità di un intero universo di stelle, di percezioni, di sentimenti, di silenzi, di sogni i quali s’avvitano alla via lattea che sta dentro in ogni singolo uomo, nella fame d’astri che ci divora, mentre tutto erompe nell’iride dell’occhio dei suoi soggetti. Ciò significa riassegnare un nuovo significato all’anima mundi, neoplatonicamente intesa come punto di raccordo tra l’umano e il divino, e segnare uno stretto punto di connessione tra il microcosmo umano e l’universo.
I ritratti che Melina dipinge non sono pertanto finalizzati a un lavoro di classificazione enciclopedica dei tipi umani, quanto all’individuazione delle diverse forme con le quali il fuoco interno di uomini e donne liberi si riversa sulla superficie della tela, attraverso le iridi accese, antinaturali e antinaturalistiche, portando nei nostri occhi di spettatori come un’infezione divina di fiumi, di boschi, le divinità, di sorprendenti aurore sorgenti. E ciò appare come un atto di rinnovamento e rifondazione dei valori finalizzati ad individuare un benigna centralità dell’uomo nel sistema universale. I volti emergenti dal nulla solido del nero fondale non sono entità ectoplasmatiche destinate a risalire per un istante all’evidenza della luce per poi sprofondare, con la rapidità di lemuri, nel nulla eterno – come appare nelle realizzazioni teatrali di Caravaggio – ma protagonisti e testimoni dell’accensione di quei moti dell’anima che salgono alla superficie del soma, mutandolo come brezze e nubi chiare, come temporali e polvere di stelle. Quella dell’anima, in pittura, fu un’ossessione che portò al Rinascimento.
Leon Battista Alberti, sotto il profilo teorico, trasformò in un requisito imprescindibile, per il buon pittore, il saper cogliere la forma quasi impercettibile del sentimento intesa come verità fondamentale dell’essere; e dopo di lui, in linea perfetta, rifulse Leonardo, che fu il principale interprete di quei moti, giungendo alla captazione delle espressioni impresse dall’anima sul soma.
Lamberto Melina evita comunque di compiere un’operazione di anacronismo pittorico. Egli, pur muovendo dagli antichi presupposti umanistici giunge a una nuova fase, quella del ritratto metafisico, nel quale si mischiano emanazioni antiche, riflessi dei fumetti o del grande cinema.
Sono gli occhi ad accendersi in bagliori; occhi simili al globo del pianeta terra visto dall’oscurità di un punto lontano dell’universo, nel cosmo, dominato. Occhi eloquenti, di fiumi, di mari, di cieli; occhi nei quali, attraverso un’azione di potenziamento dei riflessi, appaiono i fari dell’umano, pronti ad indicare un approdo.
Nell’umanità sta nascosto il seme divampante del divino e dell’eroismo spirituale che portano Melina a misurarsi efficacemente con il ritratto allegorico o con una rilettura moderna – non priva di una cifra ironica straniante – di alcuni personaggi mitologici, quelli più vicini alle vicende umane, o di eroi biblici. In Giuditta e Oloferne – in cui il valore negativo di Oloferne si sostanzia nella decapitazione di una vuota maschera di lassa epidermide – l’assassinio caravaggesco diviene dimostrazione rituale del nulla che si nasconde in alcuni uomini, coloro che non sono in grado di coltivare la propria anima come un perfetto giardino e di essere vestali della fiamma eterna. Che non sono in grado di emanare quella luce piena di certezze che Melina coglie negli occhi dei suoi modelli e delle sue modelle, dotati del dono della semi-divinità.
di Maurizio Bernardelli Curuz
Direttore della rivista Stile Arte
già Direttore artistico di Brescia Musei