Il frastuono dei giorni, il caos dei suoni, la sovrabbondanza di immagini, molte delle quali generate appositamente per essere scioccanti. Forse mai come in questi tempi il silenzio è d’oro, prezioso come un metallo raro, nobile e incorruttibile, e tanto difficile da trovare. Accade allora che quando si arrivi anche solamente a percepirne una traccia, tale dimensione diventi una zona franca da rispettare e preservare come un tesoro nascosto. Il tempo si ferma e la mente può finalmente assaporare e non trangugiare… Questo flusso di pensieri ci sorprende dinnanzi alle figure di Lamberto Melina, nelle quali ci specchiamo e ci perdiamo, con la sensazione di esserci accostati all’alter ego dell’artista ma anche di noi spettatori. Il lavoro è un mistero in divenire per lo stesso autore, viene lasciato coperto sino all’ultimo, sino a quando avviene il vero e proprio svelamento dell’opera compiuta. La missione dell’artista – ci confida Melina in occasione di un nostro incontro – è quella di essere un mediatore tra mondi paralleli, diversi, che sfuggono alle persone e ai sensi, egli è chiamato a tradurre in simboli, metafore e suoni questi “altri” mondi. Se la “Fontana” di Duchamp ha, a parere di Melina, “distrutto i simboli e la capacità simbolica dell’arte”, la risposta dell’artista è una pittura che sfida continuamente la perfezione, in una contesa che è dettata dall’esigenza di produrre una Bellezza che permetta di trasmettere nel migliore dei modi il Simbolo. E il viatico per questo viaggio infinito sono gli occhi: da quegli sguardi nessuno potrà uscire immune. I protagonisti dei dipinti di Melina giungono dall’oscurità, laddove si nascondono il mistero, la notte, le paure e le avventure. Melina non teme di affermare che “nell’oscurità dello spirito sono nascosti i nostri grandi mostri ma anche i nostri sogni”. Questo lato oscuro, le ombre psicoanalitiche, altro non sono che due facce della stessa medaglia, spaventose quanto affascinanti. Senza il buio non esisterebbe la luce, senza le tenebre non ci sarebbe il giorno. Sarà per questo che il suo silenzio è eloquente e i suoi dipinti hanno scritto nel loro Dna la traccia di una genesi altrettanto silenziosa. L’artista racconta di lavorare in mezzo alla natura, al riparo dagli sguardi di tutti, immerso completamente nei suoi pensieri e nel suo lavoro che non consente ripensamenti. Arte come croce e delizia che egli definisce “pura sofferenza, una sorta di maledizione che è imposta e che, per produrre meraviglie che ammaliano gli uomini e che conducono a stupefacenti catarsi, fanno scendere chi le crea, fin ai limiti della coscienza e della ragione, quasi che le stesse opere suggessero dagli spiriti che le creano il bagliore vitale che le fa vibrare altissime. Lo scopo di un artista, di ogni artista, è di sopravvivere interiormente e consapevolmente a questo travaso di energie vitali”. Nel tempo il silenzio di Melina è diventato sempre più un atto di coraggio, un onesto superamento di imposizioni dettate dalle mode, espressione di pura libertà. Non si teme di essere smentiti definendo questa una ricerca etica a tutti gli effetti, che ogni giorno si nutre di ispirazione tra sogno e realtà e che, nel tempo, sta prendendo sempre più coscienza e consapevolezza. Melina è filosofo e scienziato al tempo stesso (eccezionale è la conoscenza dell’anatomia umana e rara è la precisione con la quale si sofferma sui dettagli botanici), annota il dato naturale con la stessa grazia con cui lo scardina, è enciclopedico e lieve al tempo stesso. La sensazione che ci coglie è quella di essere di fronte a una rappresentazione teatrale a tutti gli effetti, spinti a confrontarci con una narrazione della quale non si conosce il finale e in balia di emozioni in divenire. Melina ci confessa di sentirsi “un catalogatore” precisissimo, eppure, d’altro canto, riconosce che molto del suo lavoro sfugge al suo stesso controllo e che i suoi progetti iniziali sono, in realtà, azioni liberatorie che non vogliono raccontare quanto piuttosto rappresentare. Tale interpretazione avviene in una dimensione che sfugge dal tempo e dallo spazio, e i corpi, così come i volti, emergono dall’abisso, illuminati con un’attenzione degna di un regista. Davvero Melina è un autentico cercatore di Bellezza e nel dipingere i corpi perfetti si dedica in primis al racconto del Mito. Questa Bellezza è eterna, trasfigurata, destinata a non morire e a non corrompersi perché è assunta a simbolo, desiderio e meta. Ed è forse per questo che di fronte a questi dipinti gli spettatori comprendono di essere mutati a loro volta, disposti a intraprendere, a loro volta, un processo di liberazione e di catarsi che solo l’arte autentica è in grado di suscitare.
di Paola Artoni
Critico e storico dell’arte, Mantova