Molte volte mi è stato chiesto “cosa è l’arte”. Per molto tempo ho dato risposte concettuali, complesse, farragginose, create appositamente per nascondere la mia “ignoranza” e in sostanza per non rispondere. Poi un giorno decisi di smettere di ingannarmi pensando di sapere cosa stessi facendo mentre mi trastullavo con pennelli e matite, e cercai la “vera” risposta. La pensai ascoltando. Certo, perché troppo mi ero circondato di pensieri. Pensatori d’ogni tempo hanno descritto, eviscerato, scarnificato, appiattito, svilito, esaltato il concetto di ARTE. Ma la ragione non può afferrare ciò che per definizione è irrazionale o meglio non raziocinante. Così tutti costoro avevano creato delle straordinarie costruzioni intellettuali, dei castelli mirabolanti e perfetti per incasellare in un concetto gli atti, senza però intuire che ciò che si doveva “pensare” non era il risultato, bensì il momento generante, ciò che definiva il principio creatore, il motore primo. Mi misi ad ascoltare dunque. Di cuore, di cervello, d’umore, finanche di spirito. E, d’un tratto mi sovvenne una parola: sfrondare. Questo fanno gli artisti mi dissi . Questo è in sostanza il fare arte. Si prende una realtà, la si sfronda dalle cose che si ritengono inutili e si propone quello che noi pensiamo o sentiamo in relazione a quella realtà. Questo agire l’arte, in apparenza sembra semplicistico, ma in realtà è molto articolato, perché i piani in cui avviene la “sfrondatura” sono innumerevoli e tutti tra loro intrecciati. In ogni opera entrano delle strutture che fanno parte del bagaglio culturale ed emotivo di ogni artista, del suo mondo fisico, fantastico ed onirico, ed anche simbolismi e significati mediati dal contesto sociale, da strutture archetipiche e forse anche da reminiscenze spirituali. Molti dei quali presenti a sua insaputa. Un artista creando un’opera d’arte diventa mediatore di innumerevoli significanti che vanno da quello che lui razionalmente voleva inserire nell’opera e che è il risultato della sfrondatura conscia, a tutto un complesso mondo di sensi e significanti che vengono inseriti attraverso altri piani percettivi e partecipativi. Cerchi, linee che si intrecciano, triangoli, quadrati, cubi, tetraedri, punti, lettere, sinusoidi, croci, e poi oggetti, corpi, contesti, tutti elementi che raccontano anche e soprattutto mondi sotterranei che la mente arcaica (nostra e dei fruitori) e profonda percepisce e interpreta in modo oscuro e all’insaputa della ragione. Per la nostra mente profonda e percettiva la realtà che ci circonda non è quella che la mente conscia pensa che sia, ma è una griglia di significati puri che mediano concetti puri. Il cerchio per esempio è viatico di purezza – di pensiero e di spirito – quasi divina, e questo viene colto a prescindere che vi sia nell’opera una icona circolare oppure che la sua complessità estetica crei una semantica circolare. Il nostro cervello arcaico lo percepisce e lo collega al nostro vissuto. In questa griglia semantica allora la nostra coscienza profonda dona al nostro conscio una serie di strumenti da cui si creeranno le categorie di bello/brutto, buono/cattivo, bene/male e infine di vitale/mortale, il dualismo principe che coordina non solo l’arte, bensì l’intera esistenza. Da queste categorie al nostro conscio viene suggerita la dicotomia “mi piace” o “non mi piace” attraverso cui tutti noi interpretiamo il mondo e nello specifico fruiamo delle opere d’arte. Tutto questo l’ho capito nel tempo, e ho compreso anche il perché la medesima opera genera a volte un trasporto irresistibile o una assoluta repulsione. I simboli vengono letti allo stesso modo da tutte le coscienze, ma è il filtro della parte conscia che le legge in relazione al vissuto, alla posizione sociale, alla condizione emotiva ecc. Quindi per esempio l’uso della Y in un quadro (o una qualsiasi struttura nell’opera che ricordi una Y) suggerisce a chi guarda di pensare all’unità delle due parti Yin e Yang (razionale spirituale, maschile femminile, ecc) che conducono all’unità perfetta e all’umano perfetto. Per una persona spiritualmente evoluta l’opera d’arte contenente una Y sarà fortemente attraente; viceversa, per una persona con una vibrazione molto bassa e materiale, la stessa opera creerà fastidio e insofferenza. Tutte le opere d’arte (come tutte le icone planetarie, da un arredamento a una città, da una nuvola alla disposizione della tifoseria sugli spalti) “funzionano” allo stesso modo. Detto questo resta la domanda più imbarazzante. Perché c’è chi crea arte? Negli anni ho dato molte risposte diverse a questa domanda, ma solo una di queste mi continua a soddisfarmi: noi siamo mediatori, spinti da una missione. Ne ho scoperto la veridicità quando ho analizzato il mio processo creativo, quando mi sono domandato “da dove provengono le mie rappresentazioni”? E ho potuto sorprendermi nello stato ipnagogico che precede la luce della creazione. E il godimento nello stare in quella condizione al limite del conscio, scavando a piene mani nelle categorie del possibile e nel mirabolante mondo potenziale a noi parallelo, è il premio che ci fa andare, più e più volte, in quel luogo pericoloso e meraviglioso. Un luogo di confine che tutti coloro che creano arte frequentano e che è precluso agli altri, un luogo in cui c’è il nostro destino ineluttabile, la nostra maledizione e il nostro tormento, drammatico e irresistibilmente stimolante al contempo. Come scrissi tempo fa … “L’arte è pura sofferenza, una sorta di maledizione imposta e che, per produrre meraviglie che ammaliano gli uomini e che conducono a stupefacenti catarsi, fanno scendere chi le crea fin ai limiti della coscienza e della ragione, quasi che le stesse opere suggessero dagli spiriti che le creano il bagliore vitale che le fa vibrare altissime. Lo scopo di un artista, di ogni artista, è di sopravvivere interiormente e consapevolmente a questo travaso di energie vitali.” L’arte è necessariamente una meravigliosa sofferenza per chi la crea, una sofferenza ineluttabile, un progetto che qualche divinità corrusca e inospitale ci ha imposto e in cui ci costringe nostro malgrado. Noi siamo finestra per il mondo.