Degli oggetti raffigurati

Una verza. Perché dipingere una verza? E’ una domanda che mi sono posto appena ho sentito il bisogno di dipingerla. Perché di bisogno si parla. Di impulso alla rappresentazione. Perché anche di questo si parla: di teatralità metamorfica del reale. A nessuno di noi che cerca di scardinare il fondo di significato che sottende la sostanza del sensibile è data una interpretazione univoca del reale. Solo gli antichi apostoli dell’arte vetero avanguardista che riempie di informalismi, di astrattismi, di performance e di installazioni, gallerie e fiere e padiglioni di biennali, pensano che la realtà sia univoca e esaurita nel suo mostrarsi, tanto che debba essere superata espandendone gli arti attraverso la sociopedagogia elementare e rozza delle installazioni. Chi invece pensa, come me, che la realtà nasconda in sé la molteplicità dei significati che giustificano la nostra presenza nella storia e nel flusso del tempo, vive una consapevolezza verticale degli accadimenti e delle “cose”. Una verza o una mela, o una zucca. Prendete in mano una mela o una cipolla, accarezzatela, guardatela da vicino, sentitene la consistenza, la rugosità, il suono, l’armonia delle curve e delle proporzioni. In essa v’è un segreto. Che vibra. Che si nasconde. Che impone d’essere ascoltato, così, semplicemente come “verza” o come “uva”, eppure amplificato come sostanza non culinaria, ma forse estetica, culturale, storica, mitologica e, in fondo, poetica. Fatele uscire, queste meravigliose essenze divine di vita ed equilibri di forme, dalla loro semplice presenza utilitaria.

Leggi Tutto »

Dell’arte di oggi

Nel 1917 Marcel Duchamp esponeva a Parigi il suo orinatoio, chiamato da lui Fontana. In quel momento nasceva il ready-made, punto di partenza delle varie forme di arte concettuale che ancora oggi dominano la scena come un ingombrante dinosauro. Nello stesso momento veniva sospesa l’arte del profondo che fino ad allora aveva guidato le mani dei vari Monet, Manet, Bouguereau, ecc. Il tempo per la prima volta subiva una dicotomia: da una parte l’arte del sentimento e dell’emozione, dall’altra l’arte della ragione. Da quell’atto dirompente dell’artista francese l’espressione artistica diveniva atto. Come mandria informe, gli artisti, guidati da pochi grandi ideologi iconoclasti, per oltre un secolo hanno scandagliato le possibilità dell’arte della sola ragione materiale, assolutamente sincronica. Fino alla Pop Art. Dopo di che… la notte. Dagli anni ‘70 questa arte ha cominciato a cannibalizzare se stessa, vivendo in un mondo bidimensionale ed orizzontale rispetto al proprio tempo, mentre il citazionismo diveniva un modello d’azione, un vero e proprio manifesto dell’impotenza. In quel momento l’arte fermava la sua corsa che da sempre la portava ad essere un poco più innanzi alla realtà ed andava in retroguardia, mero specchio ironico e cinico ed infinitamente uguale dell’attualità. Nietsche scriveva dell’eterno ritorno e Vico dei corsi e ricorsi della storia. Possiamo prendere a prestito questi due concetti, benché deviati nel senso, per ribadire che è inutile accanirsi a descrivere l’attuale, tanto più quando la frammentazione virtuale genera in apparenza infiniti piani di realtà.

Leggi Tutto »

Poetica e metafora

La decostruzione semantica dei soggetti e degli oggetti è il processo che genera ideologicamente i miei lavori. La catarsi è poi il fine ultimo di questa operazione ermeneutica. Quando ho di fronte un soggetto umano, compio un’opera di spoliazione dei suoi attributi culturali, lo privo del contesto, lo isolo nella sua nuda umanità. I frammenti identificativi vengono obliati nell’oscurità. Ciò che resta è un volto puro, un oggetto puro, ricostruito nella sua estrema essenzialità, libero da artifici storicizzati. Nei miei lavori infatti non si racconta nulla, l’operazione simbolica si sposta piuttosto su un versante intimistico, più vicino all’analisi psichica che alla rappresentazione, essi suggeriscono un percorso, invitano alla penetrazione del vuoto e del silenzio che avvolge i soggetti figurati. Ecco la differenza dunque: l’interpretazione diventa opera introspettiva del fruitore e non proposizione di un atto tecnico autoreferenziale. Io non medio sensi o storie, non racconto. Semplicemente mostro un mediatore di significanti. Un tramite tra l’osservatore e il proprio Sé. Sempre riemerge il concetto della “poetica” e il parallelismo tra il processo metaforico della costruzione del senso nella poesia e il modello che seguo nel costruire i miei soggetti. I miei lavori non raccontano un significato, ma, come una poesia, suggeriscono un senso attraverso il “rinvio”. E come una poesia nasconde mille significati oltre le semplici parole, così i miei quadri rimandano, nascondono infiniti sensi nella polisemia dell’oscurità, riempita dagli infiniti significati immessi dall’osservatore. L’oscurità nasconde quindi il “vero senso” di

Leggi Tutto »