TESTI CRITICI

Tra gli altri, hanno scritto di Lamberto Melina: Maurizio Bernardelli Curuz, Paola Artoni, Guido Folco, Elisa Govi, Alberto Zaina, Carla Primiceri, Cristina Trivellin, L.M. Pieretti, Mauro Corradini, Giuseppe Palomba, Franco Bulfarini e molti altri.

Qui sotto alcune critiche tra le più significative.

Ombra Luce Silenzio

Intervista a Lamberto Melina Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta il processo di frammentazione che nella società aveva iniziato a disgregare la sensibilità sociale e politica delle masse, penetra coerentemente e profondamente anche nella produzione iconografica. ln quel periodo pionieristico nascono molti mondi ideologicamente paralleli e altrettanti linguaggi alternativi atti a descriverli che, se da una parte producevano un ambiente culturale intellettualmente fecondo, d’altra parte conducevano il concettualismo degli anni Settanta ad un percorso senza ritorno, a quelle “sabbie mobili” che, contestualmente, faceva affermare a Giulio Carlo Argan il rischio di una paventata “morte dell’arte”. Il delirio semantico e l’allontanamento progressivo da una prassi poetica dell’atto artistico, di derivazione classica, in favore di una razionalizzazione prosaica e avanguardista, faceva così propria, ottant’anni dopo, l’ideologia globale del Futurismo: l’arte esce nel mondo in modo casuale e sorprendente, portando alle estreme conseguenze il pensiero che fu di Duchamp, dalla sua “fontana” del 1917: l’opera d’arte non è ciò che si offre alla contemplazione, ma risiede nell’idea dell’artista, per provocare e stupire. E proprio provocazione e stupore sono guida e precetto per gli artisti dell’ultimo trentennio, ma anche e soprattutto la loro gabbia dogmatica. L’estrema conseguenza degli sperimentalismi di quegli anni, come la Land art o la Narrative Art, sino a giungere ai giorni nostri con la Bio Art, è stato ed è lo sconfinamento dell’arte verso pratiche pseudoscientifiche che corrispondono piuttosto ad una comunicazione che ad una

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Semplice presenza

Il nuovo corso dei lavori di Melina ha la grande dote di rappresentare la semplice realtà, o la “semplice presenza” come lui ama definirla con reminescenze filosofiche esistenzialiste, innervandola di sensi e simbologie che lo spirito umano ha incarnato a mezza via tra conscio e subconscio. L’oscurità, densa e assoluta, da cui emergono i suoi soggetti è il mediatore di questa ricchezza semantica che supera di schianto la falsa messinscena dell’arte spazzatura e decorativista che riempie gallerie e fiere. “La tecnica è un importante veicolo di senso che io perfeziono in modo ossessivo col fine dichiarato di renderla vana e superata. Ma utilizzo la tecnica manuale per ri-creare la natura in senso ontologico,non una ri-copia come un’immagine, ma una decostruzione che rigenera in senso ermeneutico”. Qui sta il punto di partenza e d’arrivo di Melina, la sua “rivoluzione ideologica”: i volti, gli oggetti, isolati e nascosti dall’oscurità, emergenti e solitari, provenienti o essenti in chissà quali momenti o luoghi, appaiono semplicemente ostentati, eppure quando li si guarda emanano vibrazioni vitali che non sono semplicemente quelle che noi vi immettiamo da fruitori, ma rimandano arricchiti e complicati i nostri sguardi. La straordinaria tecnica ci fa superare il limite pellicolare, superficiale dell’oggetto artistico e si va oltre, si cerca oltre, penetrando l’oscurità, di rimando a quegli occhi che generano e riflettono, disgregano e ricreano, coinvolgendo in una catarsi che ammalia e conturba. Il risultato di questo processo che avvinghia e sconvolge l’osservatore

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Tecnicamente perfetto

… Le opere sono tecnicamente perfette, fotografiche, lo studio della luce è ai massimi livelli, la polvere, l’aria, ci sembra di percepire visivamente la rifrazione tra diverse densità dell’aria, le molecole illuminate come se l’aria stessa fosse fisica, e lo è infatti, attraverso aloni, bagliori. Tutto è avvolto in un riflesso storico, le figure sono silenziose, ma hanno un sacco di cose da dirci, portano quasi un peso di conoscenze, il momento in cui vengono ritratte è pulsante, ricchissimo di contenuti ed al contempo silenzioso. Potessero urlare, ci racconterebbero bagagli immensi, tutto il sapere dei 700000 rotoli di papiro bruciati nella biblioteca di Alessandria, ma non possono comunicarcelo. Come se ancora devessero continuare a custodirlo in attesa di un interprete, lasciandoci in sospeso, con la paura che un’altra volta ancora, questo sapere cada nell’oblio. di Lucio ForteArtista e critico d’arte, Milano

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Un senso forte di vita

…e nella tua nerezza riconosciamo una favilla di luce inaccessibile, che soltanto la nostra oscurità ci fa credere scura … Queste parole del poeta e filosofo seicentesco Lord Edward Herbert di Cherbury paiono accompagnare il nostro viaggio attraverso i dipinti di Lamberto Melina; ritratti enigmatici, volti che emergono dall’oscurità e si incollano al nostro sguardo, singolari medium tra assenza e presenza, essere e non essere, possibile e impossibile. Sono opere-soglia, nella loro sottile ostensione, nel costruire un senso forte di vita attorno al nulla per il semplice fatto di essere create e creatrici in un’unico istante. Create cioè dall’artista e immediatamente colte dal fruitore nell’incontro con quegli sguardi attoniti, con le paure, le sfide e in genere l’umano sentire che si rispecchia, rivelandosi. Ciò avviene in una contrazione spazio-temporale che si fa possibilità di oltrepassare le membrane che ci tengono attanagliati alla visione. Parrà contraddittorio, ma la tecnica – senza dubbio straordinaria – è in realtà per Melina mezzo per autosuperarsi, per entrare in una percezione altra che si nutre della complessità dell’esistenza fino a descriverla in tutti i suoi aspetti, dall’evidenza al mistero inconoscibile passando dunque per quella ‘nerezza che soltanto la nostra oscurità ci fa credere scura…’ Presentazione alla personale tenuta presso la Rocca Sanvitale di Fontanellato (Pr) di Cristina TrivellinCritico d’arte

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