

“Il mondo non è come appare”: questa è la conclusione a cui sono giunte le più recenti ricerche in biologia e fisica, confermando implicitamente secoli di congetture filosofiche. Ma questa frase dall’apparenza innocua nasconde un intricato dedalo di domande. Se il mondo non è come ci appare, allora com’è in realtà? E se noi percepiamo la realtà così come la vediamo, e sappiamo che così non è, allora i nostri sensi ci ingannano? Ma se siamo ingannati, chi o cosa ci sta ingannando? Molti pensatori e filosofi si sono cimentati su questi temi, da Platone a Cartesio, da Plotino a Russell, e spesso la soluzione alla domanda di fondo prevedeva la presenza risolutiva di un dio/demone ingannatore. Fino ad oggi. Perché oggi non solo la filosofia e la teologia affrontano il tema del motore primo, ma anche pensatori di origine scientifica lo fanno. Mi piace pensare al biologo americano Robert Lanza che parla della “Mente” del cosmo, una entità pervadente, ma non oggettivizzata, che “guida” l’evoluzione del sistema verso la creazione della vita e di entità di coscienza allo scopo di potersi osservare, o a Federico Faggin, l’inventore del microchip, che parla di “Uno” di plotiniana memoria, come di un principio autocosciente, ma non onniscente, che pervade l’intero universo e vuole fare esperienza di sé frammentando la sua coscienza e spargendola in ogni angolo del cosmo per sperimentare ogni possibile esperienza. Certo, da scienziati non possono parlare esplicitamente di un Dio creatore all’interno delle loro teorie, ma queste tesi d’avanguardia vi si avvicinano molto. E forse è proprio l’esperienza della partecipazione attraverso la coscienza (o anima) al principio primo, il fulcro di tutto il nostro ricercare. Che cosa è un’esperienza infatti? È un’azione che genera una sensazione o un’emozione. Ma possiamo noi descrivere ad un altro essere umano l’amore, l’amicizia o l’odio? No, è impossibile come lo è descrivere il rosso ad un non vedente. Ecco quindi la necessità del mondo e della sua apparenza olografica. Nella schiuma quantica di Plank o nel mondo delle essenze di Platone sono racchiusi tutti i simboli e le egregore di ogni possibile reale e di ogni possibile rinvio poetico e poietico. Questi “oggetti quantici” sono lì, come strumenti metaforici, in grado di suggerire e simulare le nostre esperienze e di mediare le nostre emozioni e sentimenti. La realtà quindi è funzionale alla comunicazione delle emozioni e dei sentimenti (i qualia) tra le coscienze e con “Uno” e la “invenzione” di simboli archetipici che attraversano, identici, culture d’ogni dove e civiltà d’ogni tempo, stanno lì a dirci che noi non siamo mera carne in movimento, ma entità creative gettate nel mondo per concorrere all’esperienza del tutto. Le mie opere cercano in qualche modo di mediare queste icone senza tempo e luogo, di suggerire alle nostre menti, ai nostri cuori e alle nostre anime, che esiste un mondo fatto di pure linee, di pure forme e di pura emozione a cui è possibile attingere per comprendere il vero significato della nostra esperienza su questo pianeta. Un significato che è più del semplice vivere il nostro corpo e che presuppone sempre la partecipazione, l’accorata unione e la compassione, perché tutti noi siamo sì divisi, ma non separati. Le icone che presento (le Madri) in mostra quindi suggeriscono delle vie da percorrere, delle suggestioni da cogliere, delle emozioni da ampliare, per poter cogliere in un anfratto estatico la meraviglia della Realtà Vera.
Lamberto Melina