Appunti su un manifesto del NEO-PERCETTIVISMO RES

 

  • il sapere percettivo si differenzia dal sapere associativo per la sua origine e per la mancanza di sovrastrutture culturali che ne caratterizzano l’accesso e la funzione.
  • • La percezione del reale avviene con la parte antica del nostro cervello. Per questo è naturalmente etica e priva di gabbie semantiche.
  • • L’arte percettiva NON descrive, NON racconta, NON ha contesto storico, civile o politico. Essa vive in un ambito alto e altro, lontano dalla contiguità con gli uomini, vicina alla comunità delle entità spirituali.
  • • Un’opera d’arte percettiva non ha piani conoscitivi perché essa “è”. Comunica unicamente con la coscienza e alla coscienza, svelando di sé solo ciò che l’osservatore vi immette.
  • • L’arte percettiva non ha parametri o limiti tecnici, in quanto le modalità realizzative non hanno influenza sul messaggio che essa reca. Per quanto irrealizzabile, il suo fine ultimo consiste in una comunicazione priva di medium.

 

 

DELL'ARTE DI OGGI

Nel 1917 Marcel Duchamp esponeva a Parigi il suo orinatoio, chiamato da lui Fontana. In quel momento nasceva il ready-made, punto di partenza delle varie forme di arte concettuale che ancora oggi dominano la scena come un ingombrante dinosauro. Nello stesso momento veniva sospesa l’arte del profondo che fino ad allora aveva guidato le mani dei vari Monet, Manet, Bouguereau, ecc. Il tempo per la prima volta subiva una dicotomia: da una parte l’arte del sentimento e dell’emozione, dall’altra l’arte della ragione. Da quell’atto dirompente dell’artista francese  l’espressione artistica diveniva atto. Come mandria informe, gli artisti, guidati da pochi grandi ideologi iconoclasti, per oltre un secolo hanno scandagliato le possibilità dell’arte della sola ragione materiale, assolutamente sincronica. Fino alla Pop Art. Dopo di che... la notte.

Dagli anni ‘70 questa arte ha cominciato a cannibalizzare se stessa, vivendo in un mondo bidimensionale ed orizzontale rispetto al proprio tempo, mentre il citazionismo diveniva un modello d’azione, un vero e proprio manifesto dell’impotenza. In quel momento l’arte fermava la sua corsa che da sempre la portava ad essere un poco più innanzi alla realtà ed andava in retroguardia, mero specchio ironico e cinico ed infinitamente uguale dell’attualità.

Nietsche scriveva dell’eterno ritorno e Vico dei corsi e ricorsi della storia. Possiamo prendere a prestito questi due concetti, benché deviati nel senso, per ribadire che è inutile accanirsi a descrivere l’attuale, tanto più quando la frammentazione virtuale genera in apparenza infiniti piani di realtà. E’ inutile perché l’attuale è sempre uguale a sé stesso in quanto definito dal concetto universale del progresso e dall’eticità della vita e della morte, del bene e del male. Il reale è sempre uguale a sé stesso in tutte le epoche lo si guardi.  Quando lo si è raccontato, lo si è descritto con tutte le tecniche possibili, con tutti i materiali possibili, con tutte le performances possibili, cosa resta da fare? Ripetersi. 

IL PRESENTE E’ FINITO, se lo si agisce attraverso le categorie ad esso implicite. Prima o poi se ne esaurisce la parte comunicabile prosaicamente e l’autocitazionismo diviene inevitabile. 

Quale via dunque per non rassegnarsi alla tanto paventata “morte dell’arte” così sbandierata dai critici dell’ultimo trentennio?

L’unica via possibile sembra essere quella di “riportarla” all’origine dello scisma del 1917 e farle riiniziare il cammino. Abbandonare l’arte orizzontale che ci propone un’arte cronista della realtà (ormai fuori tempo dal momento che la realtà si sta sempre più spostanto nel virtualismo della rete) per abbracciare un’arte del profondo, un’arte verticale, che sprofondi nelle viscere calde e sanguinose della nostra cultura, della nostra storia, della nostra psiche, della nostra mitologia e divinazione. Questa sembra la via. Un’arte che sia coscienza del nostro spirito, casa della nostra “ominità”, cura della nostra realtà più intima.

 

 

POETICA E METAFORA

La decostruzione semantica dei soggetti e degli oggetti è il processo che genera ideologicamente i miei lavori. La catarsi è poi il fine ultimo di questa operazione erneneutica. Quando ho di fronte un soggetto umano, compio un'opera di spoliazione dei suoi attributi culturali, lo privo del contesto, lo isolo nella sua nuda umanità. I frammenti identificativi vengono obliati nell'oscurità. Ciò che resta è un volto puro, un oggetto puro, ricostruito nella sua estrema essenzialità, libero da artifici storicizzati. Nei miei lavori infatti non si racconta nulla, l'operazione simbolica si sposta piuttosto su un versante intimistico, più vicino all'analisi psichica che alla rappresentazione, essi suggeriscono un percorso, invitano alla penetrazione del vuoto e del silenzio che avvolge i soggetti figurati. Ecco la differenza dunque: l'interpretazione diventa opera introspettiva del fruitore e non proposizione di un atto tecnico autoreferenziale. Io non medio sensi o storie, non racconto. Semplicemente mostro un mediatore di significanti. Un tramite tra l'osservatore e il proprio Sé. Sempre riemerge il concetto della "poetica" e il parallelismo tra il processo metaforico della costruzione del senso nella poesia e il modello che seguo nel costruire i miei soggetti. I miei lavori non raccontano un significato, ma, come una poesia, suggeriscono un senso attraverso il "rinvio". E come una poesia nasconde mille significati oltre le semplici parole, così i miei quadri rimandano, nascondono infiniti sensi nella polisemia dell'oscurità, riempita dagli infiniti significati immessi dall'osservatore. L'oscurità nasconde quindi il "vero senso" di quei volti o di quegli oggetti. Al fruitore il compito di scoprirlo tramite le proprie categorie allegoriche. Smontare quindi un soggetto per farlo "ricostruire" dal fruitore, con il fine della "liberazione di senso", è il fine. Il fruitore annega la sua storia e le sue emozioni nell'oscurità, attratto da occhi ammalianti o da forme suadenti. Dall'oscurità infine vengono rimandate le medesime emozioni, a volte depurate, liberate. Una catarsi appunto.

 

 

DELL'OMBRA

Ognuno di noi è seguito da un'ombra. Meno questa è incorporata nella vita conscia dell'individuo tanto più è nera e densa". Così lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, allievo eretico di Freud, descrive il lato oscuro della vita cosciente dell'uomo. Questo mondo che sta sotto e dietro la maschera della persona e dell'agire sociale Jung lo ha chiamato, con un'espressione che ricorda Dostoevskij, "sotterranei dell'anima". È il luogo dell’onirismo, del mito e della rappresentazione religiosa. Vi abitano i mostri e i morti. È la notte della coscienza, ma anche fertile limo terrestre, sottosuolo da cui si risorge. L’oscurità quindi non cela solo paura ed incubi. È piuttosto qualcosa di primitivo, infantile e goffo, che renderebbe l'esistenza umana più vivace e bella, se non urtasse contro le regole della società e la consapevolezza dell'io. In quanto tale l'ombra va guardata in faccia, va conosciuta anche nei suoi tratti penosi e conturbanti. Dobbiamo accoglierla come la nostra parte notturna e darle voce. Solo così non agirà inconsapevolmente e pericolosamente, come appare nel popolare racconto di Stevenson: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui il protagonista, rispettabile uomo di scienza, vive la propria dimensione d'ombra come fosse un'altra persona sfuggita al governo dell'io. Talvolta l'ombra viene proiettata sugli altri, per evitare l'incontro penoso e duro con noi stessi, con il proprio doppio. In realtà, solo integrando la nostra parte umbratile, l'energia sotterranea, che essa nasconde e assorbe, diviene disponibile all'io. "Talvolta si deve essere indegni, per riuscire a vivere pienamente", afferma Jung. Dunque, secondo Jung, ma anche per Sigmund Freud, la nostra psiche nasconde un mondo complicato e vasto, con cui difficilmente entriamo in contatto. Forse ne abbiamo paura perché scopriamo che l'io non è padrone della propria casa. Questa esplorazione dell'inconscio apre prospettive assolutamente nuove e naturalmente pone interrogativi. Se la luce è la ragione e l’oscurità è istinto, l'ombra è l'altra faccia della luce.

 

 

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